Dead meat @ ZoneModa

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Oggi non è stato facile parlare di Dead Meat, comunicazione e processi di significazione. È stato un vero casino post-moderno. Cioè: si viene quasi sempre fraintesi. Di certo ho capito che è necessario far convergere le emozioni; i contenuti sono paradossalmente secondari.”

Scrive così Giovanni Battista De Pol sulla pagina facebook di Dead Meat, dopo aver presentato il suo progetto agli studenti di ZoneModa, giovedì 24 febbraio, nell’ambito del ciclo di conferenze “Made in Italy” (a cura del professor Fabriano Fabbri).

Giovanni ha circa la nostra età, è figlio della tv anni ’80-’90, è un lettore onnivoro e un po’ visionario; pensa per immagini e, da bravo portavoce del suo tempo, attraversa con disinvoltura i registri più disparati perché, si sa, nessun segno è inerte anche se noi “siamo sempre di fretta” (DeadMeat Manifesto) e spesso non ce ne accorgiamo.

Per questa occasione, ci ha portato un assaggio del suo “scrapbook multimediale”: libri di David Foster Wallace, bombardamenti di pin-up sul cielo di una probabile Manhattan, whitepower/blackpower, Moby Dick, murene impazzite. Un brainstorming non da poco, che procede talvolta per analogie, talvolta per contrasti, come quei pensieri sconnessi del “Pasto nudo” di Burroughs che è la matrice da cui la “carne morta” di Giovanni De Pol e Vera Todaro (anche lei presente, discreta ma vigile sul dibattito in corso) ha preso forma.

La moda è un espediente, un supporto che ben si presta ad ospitare le “conversazioni” suggerite dai Dead Meat sul nostro tempo. Ogni t-shirt è un piccolo racconto, un’epifania, a volte la traccia di un incubo congelato nel jersey.

La comunicazione è liquida e si muove per connessioni e rimandi continui, come nel web.

Fattori critici di successo: passeggiare con apparente leggerezza sul filo che unisce mercato e libero pensiero, business puro e sincera empatia. I Dead Meat hanno trovato nella moda la culla perfetta per la loro vocazione al citazionismo e per lo spirito critico con il quale osservano, smontano e riprogrammano la realtà perché, come scrive N. Bourriaud, “Ciò che abbiamo l’abitudine di chiamare ‘realtà’ è un montaggio e ci si chiede se, quello in cui viviamo, sia l’unico possibile”.

Marianna Balducci

Dead Meat LOC